CANTORE E MAESTRO DELLA CAPPELLA PONTIFICIAALLA FINE DEL XVII SECOLO
L’immagine della Roma pontificia tracciata da Sisto V con l’apertura di nuove strade, piazze e monumentali palazzi era stata ripresa e perfezionata dai suoi successori, Alessandro VII Chigi e Clemente IX Rospigliosi, che avevano promosso grandiose opere di incredibile suggestione, simboli del potere pontificio, capaci di dettare legge in Europa per oltre due secoli. Roma era meta di schiere di letterati, pittori, artisti, musicisti, viaggiatori e attori, che convenivano da ogni parte d’Europa. Con regolari cadenze ed in occasione di particolari cerimonie, fioriva una serie impressionante di celebrazioni con musiche, cori, luci, decorazioni, scenografie e grandi apparati nei luoghi sacri, negli oratori e nei palazzi nobiliari e degli ambasciatori stranieri. Come centro mondiale della Cristianità, la Roma papale aveva accentuato, anche per mezzo di cerimonie ed apparati fastosissimi, quel sincero rinnovamento religioso e spirituale promosso dal sacrosanto Concilio di Trento. Sede del Sommo Pontefice, la città era divenuta un centro ineguagliabile di committenza artistica in cui facevano a gara fra loro i cardinal-nepoti, gli alti prelati, i nobili romani e stranieri, le confraternite e le numerose fiorenti istituzioni religiose.
Fra i mecenati che si susseguirono negli anni di presenza di Don
Gregorio a Roma ebbero maggior luce i cardinali Benedetto Pamphili
e
Pietro Ottoboni. Il primo fu rinomato per le accademie domenicali che
riuniva Fra i musicisti che operarono alla corte del Pamphili e poi dell’Ottoboni ricordiamo innanzitutto Arcangelo Corelli, geniale violinista e compositore fra i più grandi di tutta la Storia della Musica, membro dell’Arcadia e vera autorità musicale della Roma di fine seicento. Grande
stima godette anche Bernardo Pasquini
(qui per
ascoltare alcuni brani al Cembalo eseguiti live da Paola Nicoli Aldini), uno dei maggiori cembalisti e
organisti del secolo, che brillava per le sue improvvisazioni, con cui
sbalordiva gli ascoltatori. Verso il 1670, Pasquini divenne Maestro di
Cappella del Principe Giambattista Borghese, poi della Regina Cristina e
membro infine dell’Arcadia. Giacomo Carissimi, considerato ed ammirato
come il padre della forma moderna dell’Oratorio, Maestro di Cappella
della Chiesa di Sant’Apollinare del Collegio Germanico-Ungarico dei
Padri Gesuiti, portò a grande perfezione il genere oratoriale, in cui
la varietà drammatica era sostenuta da un accuratissimo accompagnamento
orchestrale. Come compositore di musica sacra si impose Giuseppe Ottavio Pitoni, Maestro di Cappella fra i più celebrati dell’epoca, autore di un numero immenso di messe, mottetti, antifone e salmi, che concluse la sua carriera musicale come Maestro della Cappella Giulia in Vaticano e venne sepolto nella Chiesa di San Marco. Molti musicisti di assoluto talento del periodo barocco soggiornarono a Roma, dove iniziarono la loro parabola ascendente, propagando la loro influenza in tutta l’Europa. Fra i compositori che si formarono a Roma e vi dimorarono per un certo tempo, ricordiamo Alessandro Scarlatti, giuntovi a soli dodici anni, che fin dalla sua prima giovinezza operò con successo nell’ambiente musicale romano, presentando la sua prima opera nel 1679, a diciannove anni, sotto la protezione della Regina Cristina di Svezia e del Cardinal Pamphili. Negli anni cruciali per l’affermazione dell’arte musicale barocca, con il rinnovamento dei gusti, degli stili, tecniche e pratiche musicali e l’emancipazione dai vincoli polifonici, l’ambiente romano fu estremamente idoneo all’affermarsi di iniziative musicali che impegnavano una folta schiera di protettori e mecenati, esecutori, editori e tipografi nel genere sacro e profano, nell’intento di superare con fervida fantasia, i canoni del classicismo rinascimentale. Proprio a Roma si dispiegò l’opera di numerosi artisti di prima grandezza, verso le nuove conquiste estetiche del melodramma e della musica strumentale che iniziarono a definirsi con una propria ed acclamata dignità artistica. In questo particolare momento, assunse un ruolo di primissimo piano la Congregazione dei Musici di Santa Cecilia, un organismo a statuto pontificio ordinario, riconosciuto ed approvato con vari documenti papali, fra cui una Bolla di Papa Sisto V ed un Breve di Urbano VIII (1). Queste disposizioni apostoliche simili a quelle emanate in occasione della costituzione di nuovi ordini religiosi, istituti, collegi e confraternite, assegnavano al sodalizio ceciliano dei compiti molto prestigiosi nel panorama artistico e culturale della Città Eterna. Le cerimonie musicali negli appuntamenti prestabiliti per statuto nel suo calendario liturgico e l’assistenza sociale dei musici confratelli infermi o indigenti, ne fecero un eccellente istituto di arte musicale e di provvida assistenza benefica. Alla metà del XVII secolo, i membri della Congregazione erano interpellati dall’alto patriziato romano per gli interventi musicali in occasioni festive e celebrative, fornendo strumentisti, musici, cantori e organisti di primissima scelta e svolgendo una assidua vigilanza nei settori della vita musicale pubblica romana. Proprio in quegli anni, l’attività dei Barberini e dei Rospigliosi nell’organizzazione degli spettacoli musicali, consentì alla Città di Roma di assumere una posizione di assoluta preminenza nel panorama del teatro musicale dell’epoca. La
Congregazione dei Musici di Santa Cecilia aveva una struttura interna
precisamente definita nelle cariche onorarie ed effettive. Il Cardinale
Protettore conferiva prestigio, lustro e protezione al sodalizio in
tutte le sue difficoltà, mentre il Prelato Primicerio assumeva
le vere funzioni di presidente dell’istituzione. Accanto a queste
figure si affiancavano, per i compiti pratici ed organizzativi, i “Guardiani”,
presidenti delle varie categorie dei congregati: maestri di cappella,
strumentisti, cantanti (musici) e organisti. Il Camerlengo era il
tesoriere e responsabile amministrativo, affiancato dal Segretario. Molta importanza rivestivano le cariche di Infermiere e Visitatore delle Carceri, impegnati scrupolosamente nelle pratiche assistenziali in favore dei congregati, che costituivano una parte ammirevole dell’attività del sodalizio ceciliano. I Verbali di due sedute della Congregazione dei Musici di Santa Cecilia documentano l’aggregazione del sacerdote e musico ceccanese Don Gregorio de Giudici all’insigne istituzione romana e, nel contempo, offrono uno squarcio di luce sulla sua biografia artistica e sulla sua personalità umana. Egli risultava aggregato al sodalizio ceciliano nella categoria degli esercenti, come musico cantore che svolgeva stabilmente ed ufficialmente una apprezzata attività artistica nelle cappelle e basiliche romane. In ogni caso, i dati su Don Gregorio che si ricavano dalle due sedute, hanno valore retrospettivo e ci inducono a ritenere che il giovane cantore facesse parte del sodalizio già da qualche tempo, figurando fra i congregati intervenuti alle riunioni nella categoria degli artisti che godevano di una posizione sociale e di una affermazione artistica riconosciuta professionalmente. Nel caleidoscopico e fervido ambiente musicale romano, Don Gregorio era una personalità musicale già in vista ed un serio professionista, che svolgeva la sua attività in posizioni di prestigio e con una precisa vocazione musicale. Certamente, egli si sentiva molto fiero del grande privilegio che gli veniva concesso di appartenere alla istituzione, considerandosi quasi insignito di una preziosa onorificenza artistica. La
prima seduta in cui figura il nome di Don Gregorio de Giudici si tenne
il 18 marzo 1664, nella Chiesa di Il Verbale della seduta costituisce un documento di grande importanza storica, nel quale Don Gregorio risulta a diretto contatto su un piano non solo artistico, ma anche umano e sociale, con alcune personalità del mondo musicale romano di assoluto rilievo ed estremamente influenti, come Antonio Maria Abbatini, Francesco Foggia, il celebre violinista Carlo Mannelli ed il cantore Francesco Litrico. Questi personaggi, con intenti di sincera fraternità e spirito di collaborazione, partecipavano all’attività di un sodalizio che preparava, in quegli anni, una nuova epoca per l’arte musicale, scenica, vocale e strumentale romana, promovendo, nello stesso tempo, una serie ammirevole di iniziative di carità.
Il nome di Don Gregorio è nuovamente citato nel Primo Volume dei “Verbali delle Congregazioni Generali e Segrete”, in data 22 ottobre 1669 fra i partecipanti alla Congregazione che si riunì sotto la presidenza del Primicerio, Mons. Girolamo Casanate, celebre letterato e futuro cardinale (3). Nella seduta vennero assunte delle importanti decisioni in ordine alla organizzazione di grandi celebrazioni musicali per l’imminente festa di Santa Cecilia. Come attestano i due verbali, in queste sedute della Congregazione vennero trattati problemi di particolare natura e di significativa portata, relativi ai domini dell’arte e dell’assistenza sociale, a conferma dell’importanza dei compiti assunti dal sodalizio ceciliano negli anni del rinnovamento culturale e musicale della società romana, che caratterizzarono la seconda metà del XVII secolo.
La Triade Barocca (Haendel.it - handelforever.com e GFHbaroque.it) ringrazia infinitamente l'avv. Stefano Gizzi per la disponibilità e la concessione di condividere con tutti gli appassionati squarci dettagliatissimi del periodo barocco, che ruotarono attorno alla figura di Don Gregorio de Giudici Torna all'Index di Don Gregorio De Giudici A cura di Il Principe del Cembalo - Rodelinda da Versailles Arsace da Versailles - Faustina da Versailles Arbace - Alessandro - Andrea - Carla Stefano Gizzi |