(Bitonto, 1703 - Napoli, 1783)

 

Il suo nome di battesimo è per l'esattezza Gaetano Carmine Francesco Paolo Majorano, ma è più noto come Caffarelli, soprannome che assunse quando intraprese la carriera artistica.
Possedeva un carattere a dir poco pessimo, infatti lo si ricorda per molti suoi aneddoti.
Il Caffarelli, il Gizziello e il Farinelli sono stati definiti gli "astri del Bel canto" napoletano: erano tutti e tre soprani, possedendo una voce che si estendeva a note più acute rispetto per esempio a quelle del Senesino, per citare un altro castrato famoso. A differenza degli altri due, il Caffarelli rappresenta lo stile antico del virtuosismo Baroccheggiante di pura abilità tecnica, non ingentilita dall'espressione (fonte UTET).
Secondo un dizionario di musica sarebbe nato da una povera famiglia contadina il 16 aprile 1703. Si racconta che piuttosto di aiutare i genitori lavorando, preferisse andare nelle chiese per sentir cantare e suonare l'organo. L'enciclopedia Italiana del Treccani, anni fa, lo faceva nascere nella stessa data. Tuttavia ci sono delle contraddizioni su luogo e giorno di nascita: due fonti affermano che la sua città natale fosse Bitonto (che si distingue anche per essere stata la città natale ad un certo Nicola Logroscino, definito in qualche scartoffia "Dio dell'opera buffa" e di Tommaso Traetta) e che la corretta data di nascita sia il 12 aprile 1710. Ma su questa confusione ci illumina definitivamente il ricorso all'atto di nascita che riporto:

"A 16 aprile 1710 il reverendo don Francesco Padula, de licentia ha battezzato Gaetano Carmine Francesco Paolo figlio legittimo e naturale di Vito Maiorano e di Anna Fornella: il compare fu il signor don Lorenzo Alburquerque. Nacque alli 12 di detto mese ad alba L.D. Parroco don Giovanni Battista Latillo".

E' da dire che non fu figlio unico ed ebbe pure dei fratellastri dal momento che il padre dopo la morte di Anna Fornella (avvenuta il 25 ottobre del 1721) sposò in seconde nozze Laura de Fano il 26 febbraio 1722: da tale unione si ebbero Nicolangelo il 19/03/1723 e Gaetano ancora (certo che avevano una grande fantasia coi nomi ..) il 20/12/1723, morto il giorno del battesimo e per il cui parto pure Laura se ne dipartì. Le mortalità in quel periodo di neonati e per parto erano abbastanza frequenti.
Gaetano, fin da giovinetto dimostrò una grande inclinazione per la musica, tant'è che invece di aiutare il padre nei suoi lavori contadineschi, preferiva frequentare le Chiese ove si faceva musica. Ora si dà il caso che la sua frequenza sarebbe stata notata da un certo maestro di nome Caffaro, il quale avendo intuito le spiccate attitudini ed uditane la voce, convinse il padre (con il miraggio di immense fortune guadagnate per il futuro dal figlio) a fargli subire la nota, mostruosa, operazione; dopo di che egli avrebbe ritirato presso di sé il povero mutilato per impartirgli i primi elementi musicali.

Il maestro Caffaro, dopo che si era dedicato assiduamente alla promessa di forgiare il cantante al padre, si rese conto che non era più in grado di completare l'educazione artistica del suo pupillo, per il quale presentiva un grande avvenire: è per questo motivo che lo inviò a proprie spese Napoli alla scuola del celebre Nicola Porpora. Il Caffaro era convinto che un giorno sarebbe diventato un grande cantante così da poter portare gloriosamente nel mondo il nome della patria adorata, e che avverandosi la sua "profezia" del modesto musicista di Bitonto, il Majorano, riconoscente della protezione da lui avuta, ne assumesse il nome, facendosi chiamare CAFFARELLI.
Ci sono però delle ulteriori osservazioni relative al Caffaro e Porpora. Ammettendo che il Majorano da giovane avesse incontrato il Caffaro, da cui si spiega il nome assunto poi dal cantante, con cui ha appreso l' ABC della musica, e ammettendo pure che poi si sia trasferito sotto la guida del Porpora, si deve escludere che il Porpora lo tenesse presso di sé ed a suo carico dopo l'operazione subita e lo mantenesse sempre a sue spese a Napoli, questo dal semplice fatto che la famiglia del Majorano era più che agiata e di conseguenza affatto bisognosa di aiuto altrui. Questo lo si può desumere da un atto notarile rogato per mano del notaio Giuseppe Formella in data 25/02/1739, che elenca le proprietà che il Caffarelli possedeva in Bitonto e che gli venivano dall'eredità materna (non si deve dimenticare infatti che Anna Fornella era morta il 25/10/1721). A questo lascito si deve aggiungere quello della nonna Caterina Mariano, in data 06/09/1720 per atto del notaio Palmo Stellacci:

"Caietano Majorano, eius pronepoti et ut ille proficere possit studio gramaticae, et etiam dare operam cum majori decentia Musicae, in qua dictus Cajetanus magnam habere dicitur inclinationem, cupiens se castrare et eunucum fieri deliberasse ipsam Catherinam ex nunc et ab hodie dare et relaxare, imo donare donationis titulo irrevocabiliter inter vivos dicto Cajetano Majorano, eius pronepoti ut supradicto usufructum duarum vinearum" 

Alla luce di queste due precisazioni di lasciti della madre e della nonna, il Caffarelli si poteva ben mantenere da solo. Ma quanto tempo il Caffarelli rimase presso Nicola Porpora? Pare cinque anni, durante i quali il maestro gli fece studiare scale gravi, scale per il gorgheggio ed agilità, nonché tutte le forme degli abbellimenti. La storia riporta una frase (anche se non vi è la certezza che sia stata effettivamente proferita) dello stesso Porpora, che ad un certo punto gli disse:

"Vattene, figliuol mio. Io non ho altro da insegnarti. 

Tu sei il primo cantante dell'Italia e del mondo"


Caffarelli all'età di 16 anni esordì sulle scene pubbliche ne IL VALDEMARO di Domenico Sarro, allora vice Maestro della Cappella reale di Napoli, durante il Carnevale del 1726, a Roma nel Teatro delle Dame: su come reagì il pubblico non si sa nulla (egli interpretò la parte di Alvida). E' lecito pensare che deve essere stato accolto in modo lusinghiero, se dopo appena due anni (1728) venne chiamato prima al teatro di San Samuele di Venezia per cantare durante la Fiera dell'Ascensione nella NERINA di Antonio Pollarolo, poi al teatro Regio di Torino in "I VERI AMICI" dei maestri A.S. Fioré e G. Ant. Gay, e nell'ARIANNA di Francesco Feo, ed infine al Teatro Ducale di Milano nella DIDONE ABBANDONATA del Sarro.

Nel Carnevale del 1730 il Caffarelli è di nuovo a Roma, al Teatro Capranica, dove interpretò le parti di Tigrane e di Siface nelle opere di MITRIDATE e SIFACE del suo maestro Porpora. Dopo queste seguenti recite, fino a quelle date nell'anno 1732, ossia prima al Capranica di Roma (carnevale), dove interpretò la parte di Pirro nel CAJO FABRICIO di Johann Adolf Hasse, e quella di Arminio nel GERMANICO del Porpora, poi a Venezia al San Samuele interpretando la parte di Ormante in EURISTEO di Hasse, al teatro Ducale di Milano nel dicembre, assieme a Angelo Amorevoli, a Vittoria Tesi e Anna Peruzzi, detta "La Parrucchierina", nel CAUDACE di G.B. Lampugnani, le ventisei recite di SIROE, RE DI PERSIA di Hasse al Malvezzi di Bologna, non si sa dove Caffarelli si sia esibito.
Da una supplica che il Caffarelli rivolge al Re Carlo III di Napoli datata 5 agosto del 1734 sembra che egli si sia recato all'estero, ma non ci sono notizie su dove si sia esibito.
Prima di tornare in patria, dove nel luglio del 1734 nel teatro San Bartolomeo di Venezia interpretò la parte di Ruggiero nell'opera di Leonardo Leo intitolata IL CASTELLO D'ATLANTE, si esibì durante la stagione di Carnevale del 1734 al S. Gio. Grisostomo di Venezia nel MEROPE di Apostolo Zeno e posta in musica da Giacomelli, avendo per compagni la celebre Lucia Facchinelli, detta "la Beccaretta", Carlo Broschi, ossia il Farinelli, la fiorentina Maria Teresa Pieri, detta "la Polpetta", e Francesco Tolve.
Da questi successi, il Caffarelli decise di inoltrare una richiesta al Re di Napoli Carlo III, dove richiese che gli venisse dato il posto occupato da Matteo Sassani nella Reale Cappella, non potendo più costui, avanzato negli anni, attendere con l'usuale zelo all'alto Ufficio. Ecco il testo della supplica:

"Signore, Gaetano Majorano Cafarelli posto à piedi della M. V. supplicando l'espone come essendo la sua professione quella della Musica, et avendone dato saggio in molte principali città d'Europa, et attualmente ritrovandosi in questa per la recita nel teatro di San Bartolomeo, desidererebbe rimanere totalmente impiegato al servizio della M.V. nella Reale cappella, in cui tenendo la prima Piazza Matteo Sassano (i), avanzato in età, che non li permetta sempre assistere in tutte le funzioni, il Supplicante s'offrerisce di supplire in suo luogo, sempre che fosse dell'aggrado di V.M. il conferirli la futura di detta Piazza, che però ricorrendo alla sua Real Clemenza, la supplica di detta Grazia, e perciò maggiormente lo spera, come suo fedelissimo Vassallo: ut Deus."

Caffarelli

Un inciso riguardo il periodo del CAUDACE di G.B. Lampugnani: pare che nel periodo del suo soggiorno a Milano, il Caffarelli abbia assistito in casa di Gaetano Grossatesta, direttore e compositore dei Balli al Teatro Ducale, alla lettura fatta dal Goldoni della sua disgraziata Amalasunta, che poi condannò alla fiamme.
Il 14 settembre 1734 il marchese d'Arenzio, Capitano delle Guardie Ispettore dei Musici e dei commedianti, definito da Casanova "il più saggio dei Napoletani" che il Re Don Carlo onorava dell'appellativo di "amico", proponeva al Re che fosse chiamato il Caffarelli a sostituire un cantante (Domenico Francesconi) alla Real Cappella, e che per lui gli venissero assegnati anche i 3 ducati al mese che percepiva il defunto. Il Re accettò la proposta dell'amico.
Intanto poco dopo il 25/10/1734 il Caffarelli interpretò al Teatro San Bartolomeo la parte di Farnaspe nell'opera ADRIANO IN SIRIA di G.B. Pergolesi (e di cui abbiamo un estratto anche nel cd della EMI dedicato alle arie di Farinelli), la penultima opera che compose il maestro jesino per le scene teatrali (teniamo presente anche che il Pergolesi muore all'età di 26 anni nel 1736 per tisi); tale opera comunque non ebbe un buon accoglimento da parte del pubblico. Ci illumina al riguardo una relazione del Marchese summenzionato:

"Se tiene en concepto de buen maestro de musica al pergolese, aunque la opera de su composicion, que se hiro a qui el ano passado, no hubiese mucho en contrado."

Il 5 dicembre 1734 il Caffarelli si esibì ne il SIFACE di Leonardo Leo, e in occasione del compleanno del Re, nel DEMOOFONTE del Metastasio, in cui il primo atto fu musicato dal Sarro, il secondo da Francesco Mancini e il terzo da Leo: quindi si potrebbe ben dire che non era insolito che un'opera fosse musicata da tre compositori, dal momento che una situazione simile lo ricordo si era ben verificata negli anni di maggior conflitto/rivalità fra i compositori a Londra: mi sto riferendo naturalmente al MUZIO SCEVOLA del 1721, i cui atti furono musicati da Amadei, Bononcini e Handel, rispettivamente il primo, il secondo e il terzo atto, e dal cui confronto il nostro Caro Sassone ne uscì in una fulgente vittoria verso Bononcini, che fino a quel momento era riuscito a tener testa a Handel e spartirsi con Lui in modo paritario i favori del pubblico londinese.
Fu la sera del 06/01/1738, che, scritturato con Maria Antonia Marchesini, detta "la Lucchesina", alla Margherita Chimenti, detta "La Droghierina", e ad Elisabetta Duparc, detta "la Francesina", (una osservazione: non soltanto dunque i castrati avevano un soprannome, anche gli altri cantanti) dal vecchio impresario inglese Heidegger, il Caffarelli si presentò per la prima volta a Londra, nell'opera il FARAMONDO di Handel, ed in seguito si esibì in LA CONQUISTA DEL VELLO D'ORO del veneziano G.B. Pescetti, nel PARTENIO di Francesco Veracini, dove secondo quella linguaccia di Paolo-Antonio Rolli (che era autore del libretto) il Caffarelli si fece onore, dato che lo recitò meravigliosamente adattandosi perfettamente alla parte.
Ritornò poi sotto altre 2 lavori del Caro Sassone, ALESSANDRO SEVERO, il 25 febbraio 1738, che però deve definirsi pasticcio, classificata col HWV A13, su libretto di Apostolo Zeno, poichè Handel utilizzò musica tratta da altre sue opere precedenti, tranne tuttavia l’Ouverture che invece è di nuova fattura, e il SERSE, HWV 40, il 15/04/1738.
Chiamato dalla direzione del Teatro S. Carlo di Napoli, visti i favori incontrati dal pubblico e dalla nobiltà, il Caffarelli fece un immediato ritorno in patria, dove il 4 novembre 1738 si esibì nella CLEMENZA DI TITO di Hasse, la quale opera era stata eseguita nel 1737 a Dresda, ma che ora a Napoli era stata adattata "ai gusti dei Napoletani" da un certo Antonio Palella. Ancora altre esibizioni: 19/12/1738 TEMISTOCLE di Alberto Ristori 20/01/1739 SEMIRAMIDE di Porpora. Nell'estate del 1739 fu chiamato a Madrid per cantare nel Teatro del Buon Retiro, durante le grandi feste che si dovevano celebrare per le nozze fra l'Infante Filippo con la principessa Luisa Elisabetta di Francia.
Il Re Carlo III di Napoli ordinava infatti già il 23 maggio che fossero pagati 100 dobloni di oro, come sostegno per il viaggio in Ispagna ed inoltre gli concedeva una licenza di un anno, ed ordinava all'Uditor Generale, Erasmo de Ulloa Severino di permettergli di partire nonostante l'assunto della questione che verte in udienza fra "il detto Caffarelli e il musico Reginelli" ed infine che gli fosse continuato il godimento del soldo, nonostante la sua assenza.

Due precisazioni


1 - Nel dicembre del 1738 l'Ulloa si era rivolto al Ministro Marchese di Salas perchè richiamasse al dovere il Caffarelli per sette o otto malcreanze usategli. Ecco già un primo antefatto che comincia a delineare il pessimo carattere del Caffarelli.
2 - Nicola Reginelli, era uno dei più ricercati cantanti nelle Chiese ed entrò nel luglio del 1739 nella Casa Santa di Reto (di S. Maria di Loreto), posto dal signor duca di Montelione, con la paga di 24 ducati l'anno.
 

Col Reginelli si scatenò uno scandalo.
12 Luglio 1739: il citato Ulloa trasmette la seguente vertenza al Ministro Salas:

"Nel mentre la mattina dell'8 corr. stavano sopra l'orchestra nella Chiesa di Donna Romita, ove solennemente celebravasi la funzione della professione d'una Monaca Dama, con pieno concorso di molta gente e soprattutto di Dame e Cavalieri, dovendo cantare un mottetto, il cennato Caffarelli, dal violino Crescenzo Pepe si dispensavano le parti, e come non giungeva a darla in propria mano del detto Caffarelli, richiese l'altri musici più prossimi che l'avessero pigliata e passata in mano del medesimo, con dire "Date questa al Sig.r D. Gaetano".

Il Reginelli ciò sentendo e col supposto che detta parte si dasse al sacerdote D. Gaetano Leuzzi, che non poteva a lui precedere, sì perché quello canta di tenore, come altresì perchè era andato dopo di lui, domandò chi era detto D. Gaetano. A questo il Caffarelli rispose ch'egli era D. Gaetano Caffarelli, che doveva cantare, replicandolo due volte con ciera brusca, ed il Reginelli rispose che se egli era D. Gaetano Caffarelli, esso all'incontro era D. Nicola Reginelli, tanto che da queste parole nacque che eccederono ad offendersi scambievolmente d'altre parole pungenti e disoneste, onde indignati, il Caffarelli alzò contro di questo una piccola canna, che portava in mano, nel quale atto il Reginelli alzò anco il suo bastone, ma furono trattenuti dall'altri musici; con tutto ciò il Caffarelli prese l'arco del contrabbasso, ed il Reginelli, perchè se l'era tolto il bastone, si fè dietro l'intavolato, chiedendo la spada e non potendo aver quella pronta, prese un pezzo di legno che accidentalmente ivi trovò, e ritornando all'orchestra, s'attaccarono l'uno con l'altro, dandosi alcune bastonate, delle quali ne riceverono molte gli astanti che divisero, ed in quell'atto il detto Caffarelli sguainò la sua spada, però con quella niente fece, poichè entrambi furono trattenuti, ed alle grida delle monache, che stavano sopra al coro, furono divisi. Qual grave scandolo e disturbo con la perturbazione degli Divini Uficj abbia potuto apportare detto fatto lo lascio alla saggia considerazione di V. E. in una festività così solenne ed in una chiesa così qualificata di monache dame, tanto che il Vicario della medesima, che stava celebrando, fu necessitato di farli ambedue espellere da detta Chiesa e denominarli *scomunicati*. Però per quanto mi si dice, che il Reginelli sia stato poi assoluto, tanto che l'altra mattina cantò nella cappella Reale, e che il Caffarelli sta tuttavia sospeso...

Con dette diligenze da me praticate ho anche inteso che sian tra loro passati ad atti di minacce, e che il Reginelli avendo alcuni fratelli di poca buona fama, dubitavasi che avesse potuto sortire altro disordine maggiore, onde per riparare ogni male ho fatto ingiungere mandato de non offendendo non meno al detto Reginelli ed uno de' suoi fratelli, che a detto Caffarelli." 

Poichè questa rissa si era scatenata in un luogo sacro, il Vicario Generale della Chiesa Arcivescovile istruì un processo contro i 2 cantanti, "intendendo citarli a dover comparire tra ore 24 in quella corte Arciv. A dir la causa del perchè non dovevano riputarsi e dichiararsi scomunicati per mezzo di pubblici Cedoloni". Dalle discussioni successive al fatto però si giunse alla conclusione che la rissa era sì scoppiata in Chiesa, ma fra 2 laici per cui la punizione e giurisdizione per castigare il delitto apparteneva ad un giudice laico e non all'ecclesiastico. A queste dissertazioni l'Ulloa propose come castigo sufficiente, vista l'imminente partenza del Caffarelli per la Spagna, che fu seguito, gli arresti domiciliari.
Avendo poi il 17 giugno il Re ordinato che il Caffarelli fosse posto in libertà per recarsi a Madrid, ordinò poi che "anche pel Reginelli si tolga dagli arresti in casa, facendogli una ammonizione "que en adelante no succedan semejantes escandalosos inconvenientes"".
Non si deve assolutamente credere che il superbo cantante (nel duplice senso della parola) dopo un tal scandaloso evento (questione col Reginelli), al ritorno dalla Spagna osservasse un comportamento più conveniente: il carattere spesso risultava insopportabile.
Questo atteggiamento provocatorio era insito nel "carattere" della persona (e quindi fin da piccolo) oppure questa boria gli derivava dal fatto che era ai vertici del canto mondiale, e quindi pensava che ogni sua "malcreanza" per usare i termini dell'Ulloa - gli dovesse essere tollerata? 

Tornato a Napoli, dopo aver cantato (luglio 1740) nel giardino del Palazzo Reale ne I TRAVESTIMENTI AMOROSI di David Perez e poi al S. Carlo nel SIROE RE DI PERSIA dello stesso e nella ZENOBIA di Porpora, nell'OLIMPIA NELL'ISOLA D'EUDUBA del Latilla, benché fosse stato avvertito di comportarsi decentemente per lo meno quando era sulle scene a teatro, anche per adempiere alle sue incombenze, ritornava a suscitare un risentimento "per le sue discolezze". Questa vota l'ULLOA scrive nella relazione:

"...ora perturbando la quiete degli altri rappresentanti, ora usando degli atti attinenti a lascivia con una delle rappresentanti medesime, ora parlando da sul teatro con le persone spettatrici, che erano nei palchi, ora facendo l'eco anche sul teatro a chi della compagnia cantava l'aria, ora a non voler cantare il ripieno con gli altri ..."

A questo punto l'Ulloa si infuriò facendo sbattere Caffarelli nelle carceri di San Giacomo, ove però l'esimio cantante vi rimase solo per 3 giorni, avendo inviato una supplica al Montelegre, protestando il pentimento per aver dato occasione di suscitare dispiacimento, ma da lui "non avvertita né considerata", riconoscendosi perciò - e questa è davvero grande come ha rigirato la frittata nella supplica - "più imprudente che reo"; a suggellare la supplica c'è la cigliegina : non lo farò più …. 

Subito dopo il Caffarelli, dopo questa performance, reclamò presso il sovrano, di essere stato ricompensato per la fine della stagione teatrale con sole 500 doppie per la recita, mentre Carestini e Senesino 800! Questo trattamento avrebbe potuto danneggiarlo moltissimo in vista dei prossimi contratti di scrittura per le stagioni successive.
Ebbene fu richiesto all'Ulloa di dare spiegazioni in merito a questo differente trattamento (nel frattempo però l'Ulloa pensava di sbarazzarsi del Caffarelli, sostituendolo con Gizziello nella stagione del 1741 - 1742 "che presentemente è l'uomo più virtuoso che ci sia in Europa, dopo il Farinello"). 
E giù con fatti contrastanti: l'Ulloa riferisce nella sua relazione che il fatto, riferito dal Caffarelli, non corrisponde al vero, infatti l'onorario del Carestini era di sole 600 doppie, "correndo la rimarchevole spesa del viaggio" sia in venuta che in ritorno.

"In quanto al Senesino ... nel 1739 gli fu sì riconosciuto 800 doppie, ma è bene ricordare le angustie in cui ci trovassimo , perocché convenendo mandare alla Corte di Spagna il Caffarelli, che qui era appaltato, si rimase nel tempo avanzatissimo senza la parte prima di uomo, onde convenne soggiacere all'ingordiggia del suddetto Senesino per la somma mentovata."

E ancora :

...." Si è ponderato pure che tutti gli esempi de' primi virtuosi d'Italia, qui per l'addietro venuti a cantare nel teatro, si aggirano al prezzo ad esso Caffarelli pagato, e pure han dovuto soggiacere alla non piccola spesa del viaggio". 

Una buona difesa dell'Ulloa, ma non ci è dato sapere se il Caffarelli l'abbia spuntata, e se comunque abbia potuto ottenere soddisfazione alla sua lamentela. Tuttavia il desiderio dell'Ulloa di sostituire il Caffarelli con il Gizziello, non sortì buoni esiti, dal momento che il sovrano, essendo venuto a conoscenza della proposta di sostituzione fatta dall'Ulloa, fece sì venire il Gizziello, ma pretese che il Caffarelli rimanesse dove stava. Il fatto è che il Re aveva grande predilezione per Caffarelli. Quindi non riuscì a sbarazzarsi di lui … povero Ulloa. 
Malgrado un invito, espresso direttamente dal Re, il Gizziello non aderì: forse non voleva incontrarsi coll'irascibile, violento, autoritario, vanitoso rivale! Venne un certo Agostino Fontana, che insieme a Costanza Celli (detta la Milordina), Giovanna Astrua, Gaetano-Pompeo Basteriis (detto Pompei), al tenore Ottavio Alburio, al bolognese Annibale-Pio Fabbri (Annibalino), al Ghirardi Lorenzo (Lorenzino), alla Colasanti Antonia (detta Falegnamina), e al soprano Giovanni Manzuoli  (detto Succianoccioli), il Caffarelli cantò dal 1741/1742 e per le 6 stagioni successive.

Il 17 aprile 1744, Carlo III di Borbone volle soddisfare e fare cosa gradita al Marchese Bernardo Obizzi di Padova, accordando il permesso richiesto da quest'ultimo di poter "bearsi" "di un soprano di alto grido, come sarebbe il Caffarelli".
Che il suo artista favorito andasse pure a Padova, ma che fosse di ritorno per la metà d'agosto!
Ci si aspettava che Caffarelli aderisse in toto, dal momento che avrebbe placato il suo orgoglio, cantando in un teatro dove si erano alternati artisti di grande valore, quali il Gizziello, il Carestini, Gregorio Babbi, Sicotti Orsola detta la Fabia, la Diamanti Maria, detta la Diamantina ed il basso Pinacci.
Uno degli altri motivi che avrebbe dovuto spingerlo ulteriormente era poter dare smentita alla dichiarazione fatta dall'Ulloa (che doveva fargliela pagare in qualche modo) che trovava appunto il Caffarelli "in qualche modo deteriorato nella voce". Precisazione sulla voce dei castrati: L'orchiotemia era effettuata prima dell'inizio della pubertà, "prima che la voce venisse intaccata dal tempo".
Tali cantanti acquistavano caratteristiche timbriche vocali differenti da quelle dei cantanti normali dell'uno e dell'altro sesso. Infatti qual era la conseguenza di tale operazione: un ampliamento della cassa toracica, che permetteva tra le altre cose delle messe di voce inimmaginabili, un livello di tessitura vocale molto più esteso di quello delle voci femminili, un ritardo dello sviluppo della laringe, cosicchè la mutazione della voce non avviene, se non in misura minima e in tarda età. Quindi l'Ulloa stava insinuando che la purezza della sua voce cominciava ad essere intaccata dagli effetti della corruzione del tempo.
Ebbene il Caffarelli non si recò a Padova.
Si ritiene che il Niccolino, alias il soprano mariano Niccolini, abbia voluto utilizzare un membro della sua scuola per la rappresentazione di Padova, oppure... perchè codesto Niccolini non volendo confrontarsi con Caffarelli, di adoperò in moda tale da dar sì che saltassero tutte le trattative che avrebbero portato il Caffarelli a Padova.
Poichè però mancano documenti che comprovino l'una o l'altra tesi, rimangono congetture semplici le motivazioni suddette.
Caffarelli si trovò impegnato nelle seguenti opere teatrali: 

EZIO del Sarro

DEMOOFONTE di Sarro Mancini e Leo

CIRO RICONOSCIUTO del Leo.

ANDROMACA di Leonardo Leo

ISSIPILE di Hasse

ALESSANDRO NELLE INDIE di Sarro

(dove ebbero l'idea di far portare i doni da parte di Alessandro a Cleofide tramite un elefante in scena, ricevuto da Carlo III dal gran sultano)


ARTASERSE di Leonardo Vinci

L'OLIMPIADE di Leonardo Leo

DIDONE ABBANDONATA di Hasse


SEMIRAMIDE di Vinci

ANTIGONO di Hasse

ACHILLE IN SCIRO di Gennaro Manna


TIGRANE di Hasse

LUCIO VERO di Manna

IPERMESTRA di Hasse.

LUCIO PAPIRIO di Hasse

CAJO FABRICIO di Hasse

ARIANNA E TESEO di G. di Majo. 

 

Dopo un breve riposo, Caffarelli chiese al Re Carlo III di Borbone il permesso per poter andare dove richiesto.
Accordatogli il permesso, ecco il Caffarelli a Firenze dove nell'autunno cantò al Teatro degli Immobili nel CAJO MARIO di Antronio Caldara.
Nel 1748 cantò nell'ANTIGONO di Andrea Bernasconi e nel SIROE del Metastasio e musica di differenti compositori: Vinci, G. Scarlatti, Fiorè, Hasse, Porpora, Vivaldi e Manna).
A Firenze rimase fino al febbraio 1748 per poi recarsi a Roma: una eccezione: ritornò a Napoli il 6/11/1747 poichè doveva cantare nell'opera IL SOGNO D'OLIMPIA di G. di Majo, composta in occasione della nascita dell'Infante Filippo, primogenito di re Carlo III. A Roma, si produsse nella parte di Teseo in ARIANNA E TESEO del maltese Girolamo Abos, in Quinto Fabio nel LUCIO PAPIRIO di Gennaro Manna.
Nel 1749 varcava le soglie teatrali con MARIO IN NUMIDA di Rinaldo da Capua, nella parte di Mario, mentre si esibì nella parte di Scitalce nella SEMIRAMIDE RICONOSCIUTA di David Perez.

Nei primi del maggio 1749 il Caffarelli giunse a Vienna. Le notizie sul suo soggiorno sono piuttosto scarse, ma la linguaccia di Metastasio, tramite le sue lettere alla Principessa di Belmonte, con la quale ebbe una corrispondenza lunga. Le lettere del Metastasio sono basate su una continua elevazione delle virtù di Broschi, alias Farinelli, a scapito del "gemello" Caffarelli, sottolineandone le stranezze. Ebbene il Metastasio riferisce di un altro caso divertente.
Siamo a casa della celebre cantante Vittoria Tesi: protagonista della vicenda naturalmente il Caffarelli, il quale la prima sera in cui si presentò al pubblico viennese "prevenne svantaggiosamente l'udienza, o per colpa dell'abito, o delle sue fauci non ogni giorno ubbidienti, o per alcune volate ed acuti presi con troppa violenza".
L'altro protagonista del fatto era il poeta Giovanni - Ambrogio Migliavacca. Sentiamo la voce di Metastasio

"In contraccambio delle novelle armoniche che si compiace l'eccellenza vostra comunicarmi del nostro amabile Monticelli, io gliene renderò una bellicosa di questo valoroso Caffariello, che con pubblica ammirazione ha dimostrato pochi giorni sono, non esser egli meno atto agli studi di Marte, che a quelli di Apollo. Io non fui presente per mia sventura al fatto d'arme, ma la relazione la più concorde è la seguente. Il poeta di questo teatro è un milanese di molto onesti natali, giovane
ingenioso, vivace, inconsiderato, tanto adorator del bel sesso, quanto sprezzatore della fortuna, e non meno ricco di abilità che povero de' doni della prima della virtù cardinali. A questo gli impresari han confidata, oltre la cura di raffazzonare i libretti, tutta la direzione teatrale. Or non saprei, se per rivalità d'ingegno o di bellezza, fra questi e il Caffariello si è fin dal primo giorno osservata una certa ruggine, per la quale sono essi molte volte fra loro trascorsi a motti pungenti e ad equivoci mordaci. Ultimamente il poeta fece intimare una prova della nuova opera che si prepara. Tutti i membri operanti concorsero a riserva di Caffariello, o per effetto di natura contradditoria, o per l'avversione innata ch'egli sente per ogni specie di ubbidienza. Su lo sciogliersi dell'armonico congresso comparve nulladimeno in portamento sdegnoso e disprezzante. A' saluti dell'uffiziosa assemblea rispose amaramente, dimandando: "A che servono queste pruove ecc?" Il direttor poeta disse in tono autorevole: "Che non si dovea dar conto a lui di ciò che si facea; che si contentasse che si soffrissero le sue mancanze; che poco conferiva all'utile o al danno dell'opera la sua presenza o la sua assenza; che facesse egli ciò che volesse, ma lasciasse almen fare agli altri ciò che dovevano". Irritato più che mai il Caffariello dall'aria di superiorità del poeta, lo interruppe, replicando gentilmente: "Che chi avea ordinata simil prova era un solennissimo C.... ."

Ora qui perdé la tramontana la prudenza del direttore, e lasciandosi trasportare ciecamente dal suo furore poetico, cominciò ad onorarlo di tutti quei gloriosi titoli, de' quali è stato premiato il merito di Caffariello in diverse regioni d'Europa. Toccò alla sfuggita, ma con colori assai vivi, alcune epoche più celebri della sua vita, e non era per tacer così presto; ma l'eroe del suo panegirico troncò il filo delle sue lodi, dicendo arditamente al panegirista: "Sieguimi, se hai coraggio, dove non vi sia chi t'aiuti". E incamminossi in volto minaccioso verso la porta della camera. Rimase un momento perplesso lo sfidato poeta, quindi sorridendo soggiunse "Veramente un rivale tuo pari mi dà troppa vergogna; ma andiamo, chè nel castigare i matti è sempre opera cristiana!". E si mosse all'impresa. Caffariello, o che non avesse mai creduto così temerarie le Muse, o che secondo le regole criminali pensasse di dover punire il reo in loco patrati delicti, cambiò la prima risoluzione di cercare altro campo di battaglia, e trincerato dietro la metà dell'uscio, fece balenar nudo il suo brando, e presentò la pugna al nemico. Non ricusò l'altro il cimento. Ma fiero anch'egli il rilucente acciaro Liberò dalla placida guaina. Tremarono i circostanti, invocò ciascuno il suo avvocato, e si aspettava a momenti di veder fumare sui cembali e i violini il sangue poetico e canoro. Quando madama Tesi, in casa della quale si trattavano le armi, sorgendo finalmente dal suo canapé, dove aveva giaciuto fin allora tranquillissima spettatrice, s'incamminò lentamente verso i campioni. Allora , o virtù sovrumana della bellezza! Allora il furibondo Caffariello, in mezzo ai bollori dell'ira, sorpreso da una improvvisa tenerezza, le corse supplichevole all'incontro, le gettò il ferro ai piedi, le chiese perdono dei suoi trascorsi, le fè generoso sacrifizio delle sue vendette, e suggellò le replicate proteste di ubbidienza, di rispetto, di sottomissione, con mille baci che impresse su quella mano arbitra de' suoi favori. Diè segni di perdono la ninfa, rinfoderò il poeta, ripreser fiato gli astanti, e al lieto tuono di strepitose risate si sciolse la tumultuosa assemblea. Nel fare la rassegna dei morti e de' feriti, non si è trovato che il povero copista con una contusione nella clavicola d'un piede contratta nel voler dividere i combattenti, d'un calcio involontario del pegaseo del poeta. Il dì seguente al fatto ne uscì la descrizione in un sonetto d'autore incognito. Ieri fui assicurato che v'è la risposta del poeta belligerante... Oggi gl'istrioni tedeschi rappresentano nel loro teatro questo strano accidente: mi dicono che già a quest'ora ancor lontana dal mezzo giorno, non si trovino più palchetti per denaro: io voglio aver luogo fra gli spettatori, se dovessi farlo per arte magica". 

Quando nel 1750 il nostro Caffarelli ritorna a Napoli, non esitò un attimo a fare un'ulteriore richiesta, presentata come supplica a Re Carlo: infatti dopo aver terminato le sue recite al S. Carlo, gli era stato sospeso lo stipendio e quindi il Caffarelli fu costretto a cercare altrove "colle sue fatighe quell'onesto guadagno che non poteva conseguire" in quella capitale. Per recarsi in essa inoltre sempre per qualche impegno di ufficiale (la Settimana Santa (1748), la festa per la nascita dell'erede maschio al trono, i viaggi da Firenze per tornare a Napoli e per Roma) aveva sostenuto delle spese ed ecco che il Caffarelli sta molto attento ai suoi interessi economici: Infatti alla supplica è allegata una nota delle spese e dei viaggi fatti dal Caffarelli per ordine della "Maestà del Re nostro Signore".

Ecco la nota

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Da Firenze, 1747, venuto per la Festa teatrale nella nascita del nostro Principe Reale,

duc. 259+

Da Roma, 1748, venuto per la settimana santa

duc. 54+

Da Roma, chiamato 1749

duc. 54+

Da Roma, venuto per la settimana santa, 1750

duc. 513,10=

Spesi in tutto d. 880,10

Soldo trattenuto dalla Cappella Reale per anni tre e mezzo, duc.1281, dei quali avendone ricevuti 51,54, resta l'attrasso di duc. 1229,46

Rimettendo il tutto alla gran Clemenza e Pietà della M.S., che Iddio guardi e feliciti sempre.

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Ebbene da una postilla a margine della nota sopra scritta il Caffarelli fu ben rimborsato e per intero.
Gli fu accordato poi il permesso di andare a Torino, dove si sarebbero celebrate le nozze di Vittorio Amedeo, Duca di Savoia e di Maria Antonia Ferdinanda, Infanta di Spagna: a Torino dunque cantò nel teatro regio LA VITTORIA DI IMENEO di Baldassarre Galuppi, detto il Buranello (nel senso che era di Burano, una delle isole nella laguna di Venezia).
Il Caffarelli poi fu a Venezia esibendosi in un'opera del Perez: il MEROPE. Proseguì a Lucca dove si esibì per la prima volta nell'opera ALESSANDRO NELLE INDIE di Abos. Caffarelli si sarebbe poi dovuto recare a Reggio di Modena: ma il Re gli ordinò di rientrare.
Breve fu comunque la permanenza a Napoli, giacchè nel carnevale del 1751 è a Venezia che interpreta Enea nella DIDONE ABBANDONATA di Manna, e quella di Teseo in ARIANNA e in TESEO di Abos.

 

Caffarelli, incisione di Duterte, Raccolta civica di Milano

Incisione del profilo di Caffarelli Maturo

Tornato a Napoli si esibì nel TITO MANLIO sempre di Abos, nel FARNACE di Tommaso Traetta, nell' IPERMESTRA di Pasquale Cafaro e nell'ATTALO di Giuseppe Conti (e siamo nel gennaio del 1752). Nel frattempo l'impresario del Teatro S. Carlo un certo Diego Tuffarelli, poichè doveva assemblare la compagnia dei cantanti per la primavera del 1752 e il carnevale del 1753, era in crisi dal momento che aveva intenzione di sostituire il Babbi, poichè la gente era stanca di ascoltarlo dal momento che cantava tutti i dì dell'anno per 5 anni, e anche non sapeva inoltre a che santo votarsi per trovare un sostituto del Caffarelli, poichè non era ben visto.
Ed ecco l'idea: sostituire il Caffarelli con il Carestini, che "sebbene avanzato d'età, forse sentirebbero con più compatimento": tuttavia il Carestini era già impegnato alla Corte di Prussia e per di più non si aveva la certezza che accettasse di far parte della compagnia.
A tutto questo si deve aggiungere che il Carestini essendo appunto invecchiato, aveva variato il suo timbro da soprano a contralto.
Si decise alla fine di rivolgersi a Giovanni Manzuoli, allievo del Farinelli: ma il progetto si fermò dal momento che il soggetto era impegnato alla Corte di Madrid (dove chiaramente c'era anche il Farinelli).
L'unica soluzione possibile era Gioacchino Conti, alias il Gizziello: avrebbe voluto l'impresario averlo nel cast, ma ahimè il Gizziello era impegnato fin dal febbraio 1751 con la Corte di Lisbona.
Ed ecco ancora la farsa: Avrebbe scelto il Caffarelli, con la condizione che, in accordo con l'opinione diffusa,

"Il Caffarelli dovria mutarsi, perchè o non vuol cantare o più non lo può, avendo già 50 anni di vita ed ha dato ad impinguare, perchè li suoi recitativi non l'esprime, perchè malmena la Comica, perchè obbliga i compositori di Musica a scrivergli comodo e largo, sfuggendo le arie fugate e di scena, per sparmiar fatica".

Naturalmente non è vero che Caffarelli aveva 50 anni: se siamo nel 1751/52, essendo nato nel 1710, si capisce bene che nel suo discorso l'impresario non sapeva esattamente la data di nascita: ne aveva 41/42 quindi. L'impresario poi riuscì a sostituire il Babbi con Gaetano Ottani, il più accreditato tenore.
Caffarelli proseguì la sua carriera recitando nelle seguenti opere teatrali:

SESOSTRI RE D'EGITTO di Gioacchino Conti - primavera del 1752
LA CLEMENZA DI TITO di Gluck - novembre 1752
LUCIO VERO di Gerolamo Abos
DIDONE ABBANDONATA di G.B. Lampugnani - 1753

Sebbene piovessero polemiche e i "rimproveri" del pubblico, Cafferelli riuscì ad ottenere un grande successo. Il successo ebbe come conseguenza immediata un invito a Reggio di Modena dove ripetè il TITO MANLIO di Abos.
Tornò ben presto a Napoli per ottenere il permesso di andar alla Corte di Francia "a servire S. M. Cristianissima e la Serenissima Signora Delfina", naturalmente conservando il soldo anche durante la sua assenza.

In quel tempo a Parigi si agitavano nella sfera musicale gli animi, in quanto vi ardeva la famosa lotta fra gli avversari ed i partigiani della musica italiana: questa lotta è nota come la "QUERELLE DES BOUFFONS" che divise il popolo parigino in Bianchi e Neri come un tempo a Pistoja i Cancellieri (a questo proposito si potrebbe far riferimento alla Lulliade o I Buffi italiani scacciati di Parigi, poema eroicomico) scrisse un musicologo francese sulla storia dei giornali e sulle memorie del tempo (i documenti sono conservati negli Archivi Nazionali di Parigi). Appare chiaro che in una situazione simile un individuo come il Caffarelli, sarebbe stato come una tanica di benzina sui carboni ardenti.
L'arrivo del Caffarelli a Parigi si data nel 17 aprile 1753, e la sua apparizione a Corte fu all'inizio di giugno a Versailles. Seguì la famiglia reale nei suoi spostamenti fra i vari palazzi (Marly, Tuileries, Saint-Germain, Fontainebleau, Bellevue, Louvre, dove si esibì in occasione dell'onomastico regio).
Ed ecco già i primi odori di zolfo: la cruenta contesa stava per aggravarsi. Bisogna infatti sapere che Melchiorre Grimm, che accanto a Rousseau, Diderot e al barone d'Holbach, era fautore della musica italiana nella lotta con quella francese, e che era stato adulato dal Caffarelli in una satira da lui scritta contro la musica francese, narra l'episodio del concerto dato in occasione dell'onomastico del Re Luigi XV°:

"Sarebbe difficile dare un'idea del grado di perfezione al quale questo cantante ha portato la sua arte. Il charme e l'amore che possono rappresentare l'idea di una voce angelica e che in fondo caratterizzano la sua, si uniscono alla grande esecuzione, a una facilità e a una precisione sorprendenti, diffondendo sui sensi e sul cuore un incanto verso il quale anche gli esseri meno sensibili alla musica non potrebbero sottrarvisi. Si può dire che non c'è mai stata messa più ascoltata di questa qui, dal momento che regnava il più gran silenzio nella cappella".

A questo concerto ne seguirono altri: uno in particolare ricordato da "Mercure de France" il 28 agosto a Versailles, dove Caffarelli si esibì accanto a Albanese. 

[ Egidio Albanese eseguì la prima volta in Francia, insieme a Pietro Dota, detto l'abate Dota, lo "Stabat Mater" di G.B. Pergolesi, il 16/04/1725, ai "Concerts Spirituels" fondati da A.D. Philodor nel 1725.]

L'8 ottobre apparì nell'intermezzo di un oratorio di Hasse, nella DIDONE ABBANDONATA dello stesso, opera che si ripetè dinanzi alla Delfina Maria Giuseppa di Sassonia il 13 dello stesso mese. Accanto a Guadagni Gaetano, accompagnandosi lui stesso al clavicembalo, Caffarelli si esibì il 17 e il 19 ottobre del 1753 a Versailles in "plusieurs ariettes italiennes" nei "concerts particuliers qui ont été faits chez Madame la Danphine".
Ma dopo queste esibizioni il suo soggiorno a Versailles aveva finito il suo scopo per cui sarebbe dovuto ritornare in Italia. Invece non lo fece subito. Pare che Caffarelli non fosse affatto soddisfatto dei presenti offertigli dalla Corte di Versailles. Alle Tuilleries, ebbe l'invito a prodursi in un concerto espressamente organizzato in suo onore: che bella soddisfazione deve aver avuto! : accadde il 5 novembre dello stesso anno.
Riporta il giornale dell'epoca "Il Mercure de France":

"le public qui desiroit vivement l'entendre fit dés qu'il le vit éclater sa joie par des applaudissement redoublés. Il chanta deux Ariettes, dont la première surtout fut extrémement gontèe. On admira l'art et le gont de son chant, sa prodigieuse exécution, la beautè et la douceur de ses tenues, la finesse et la science de ses points d'orgue, et l'on rendit avec transport tout l'hommage dù à son prodigieux talent et à sa grande réputation".

Si narra nel libro di Giorgio Cucuel "La Pouplinière et la musique de chambre au XVIII° siècle" (Paris, 1913, pag. 302-303) una "scène fort curieuse" svoltasi in casa di un potente agente delle tasse e gran dilettante di musica, il primo gennaio 1754, durante il pranzo che egli offerse ad alcuni amici, fra i quali appunto Caffarelli e il poeta Ballot de Sauvot.
Il poeta Ballot era ammiratore e collaboratore di Rameau, le cui opere LES FETES DE POLYMNIE e PYGMALION erano state allora riprodotte sulle scene dell'Académie Royal.
Queste opere erano state create anche nella speranza che la nazione avesse aperto gli occhi sulla perdita di una scuola "musicale" che a lei sola apparteneva e che minacciava di soccombere davanti ai reiterati trionfi della scuola italiana. Naturalmente il Caffarelli sosteneva la superiorità della musica italiana a quella francese, superiorità che Rousseau aveva proclamato nella sua "Lettre sur la musique française", pubblicata pochi mesi prima. Ma il Ballot volle sostenere fermamente il contrario (e d'altro canto come poteva non esserlo: in fondo lui scriveva testi in francese per la musica francese!). Tuttavia le argomentazioni e i ragionamenti di Ballot non avevano convinto Caffarelli, anzi lo avevano irritato: così in mancanza di ulteriori ragioni e argomentazioni da contrapporgli il poeta aggiunse invettive e insulti. Come sappiamo il Caffarelli non era tipo da "mangiarsela": Caffarelli rispose a tono tanto che questi 2 uomini si sarebbero scannati ("égorgés" parola usata da Cucuel) a tavola se i convitati non si fossero messi in mezzo e non li avessero separati. Non si riconciliarono e non cercarono di riappacificarsi neppure dopo cena (dal pranzo!).
In effetti si trovarono uno dinnanzi all'altro all'insaputa di chi aveva creduto di averli riappacificati: si misurarono in duello ed hanno così accanitamente combattuto che Ballot ottenne "giusta mercede", nel senso che fu castigato con parecchi colpi di spada con i quali non si rialzò più . Fortunatamente il Ballot non morì di quei colpi di spada, ma poco mancò. Questo però indusse il Caffarelli a lasciare la Francia per non rimetterci più piede.

Dopo aver lasciato la Francia, nella primavera successiva Il Caffarelli si fece udire ancora un'ultima volta nel teatro di San Carlo nell'ARSACE del maestro Nicola Sabatini: non apparve più nelle scene napoletane. Si recò alla Corte del Portogallo, dopo aver ottenuto un permesso "facendogli - il Re - nel contempo la grazia della continuazione del soldo che gode come musico di questa R. Capp. durante la sua assenza".
Perez era presso la Corte in qualità di maestro della Real CappellePortoghese, per cui interpretò le sue opere nel nuovo Teatro Coliseo accanto al tenore Babbi nell'ALESSANDRO NELLE INDIE (31/03/1754) in occasione del genetliaco di "Sua Maestà fedelissima D. Maria Anna Vittoria".
Scampato miracolosamente assieme al maestro Perez e al tenore Babbi da un furibondo terremoto esploso il 1° novembre 1754 sul Portogallo, decise di ritirarsi dalle scene definitivamente, dopo essersi riparato alla Corte di Madrid. Esiste una lettera datata 9 marzo 1756 dell'Ambasciatore napoletano a Madrid, il principe di Jaci, dove è detto che il

"Caffarelli che ultimamente arrivò da Lisbona per restituirsi in Italia, ha manifestato la volontà di non voler più cantare, e , prima di lasciare la Spagna si recò a s. Ildefonso a baciar la mano della Regina Madre, la quale gli regalò un orologio d'oro ed un anello con diamante".

Pur rimanendo al Servizio della Real Cappella non volle più esibirsi in pubbliche scene, tant'è che quando l'impresario Gaetano (dev'esser stato un nome molto diffuso a quel tempo) Grossatesta, ch'era succeduto fin dal 1753 al Tufarelli, si rivolse al Caffarelli poichè aveva bisogno di "un soprano d'alto grido", Caffarelli declinò adducendo come motivo "per timore che la sua salute non possa dargli campo di soddisfare al proprio dovere ed al piacere di questo pubblico". In data 20/02/1759 " S.M. per la particolare soddisfazione del servizio dei musici Gaetano Caffarelli e Giov. Amadori, ordina che vengano loro distribuiti i 15 ducati al mese vacati per la morte del musico soprano Domenico Gizzio aumentando al Caffarelli 5 ducati sui 30 che già gode e all'Amadori gli altri 10, sopra i 20 che gode".
Negli ultimi anni non sentendosi in grado di ottemperare con buoni risultati al suo ufficio, indirizza una supplica che qui riporto al Re per avere il permesso di ritirarsi nel suo feudo di S. Donato (che si trova in provincia di Otranto). Tale supplica arreca la datazione del 22 agosto 1776:

"S. R. M. Sig.re, Dn. Gaetano Majorano Caffarelli, ultimamente prostrato al regal trono di V. M. le rappresenta, come sono più anni che stante la sua età avanzata, e per essergli mancata la voce, non presta alla Regal Cappella il dovuto servizio; con tutto ciò per Regal Munificenza della M.V. ha goduto il soldo, non solamente stando in Napoli, ma ancora, quando gli è occorso di andare in Provincia di Lecce, ove possiede alcuni beni. Le sue indisposizioni ed i suoi interessi richieddono che per alquanti mesi egli si trattenga nella detta provincia: onde riverentemente ne chiede a V.M. il permesso e di accordargli la solita grazia del soldo: tanto più che è egli inutile al servizio della Cappella Reale ..."

Nel 1763, nel suo feudo di S. Donato ricevette l'invito a solcare ancora le scene teatrali, invito fattogli dal ministro Bernardo Tanucci, attraverso il signor Caruso Consigliere della Giunta dei Teatri: rifiutò, e si ritiene per rimanere fedele alla sua decisione di ritiro globale dalle scene e per la volontà di godersi, nella tranquillità del suo feudo, le immense ricchezze che aveva accumulato durante la sua vita di cantante di primo piano, anche se non solo per la sua voce sublime...
Si sa che da quando era entrato in possesso del feudo di S. Donato, difficilmente si recava a Napoli e se lo faceva era o per servizio presso la Cappella Reale, oppure per cantare in qualche Chiesa o in qualche concerto.
Sicuramente dopo le insistenze pressanti del sovrano, in occasione del compleanno di S. M. C., il 20/01/1765 si fece udire accanto a Caterina Gabrielli in una cantata, e per la quale cantata ebbe un compenso di 300 ducati!
Lo storiografo Charles Burney nel suo libro Viaggio Musicale in Italia narra di un suo incontro con Caffarelli, in occasione della rappresentazione del DEMOOFONTE di Jommelli, dove si esibiva il celebre Giuseppe Aprile, Maria Bianca Tozzi e Arcangelo Cortoni nelle parti rispettivamente di Timante, Dircea e Demoofonte. Era il 4 novembre.

"Durante lo spettacolo s'era visto entrare in platea Caffarelli: il signor Giraldi che stava con me nel palco di M. Hamilton, mi propose di andare a conoscerlo. Accettai; e alla fine della rappresentazione egli mi condusse a lui. E' un uomo di bellissimo aspetto, ed ha un'espressione vivacissima; non mostra più di 50 anni, quantunque egli confessi di averne 63. Fu gentilissimo, ed entrò in discorso con disinvoltura e gaiezza. Mi domandò notizie della duchessa di Manchester e di Lady Fanny Shirley che l'onorarono della loro protezione quando egli fu in Inghilterra, cosa che avvenne, come mi disse, alla fine del regno di M. Heydegger. Volle presentarmi al signor Manna, celebre compositore napoletano, ch'era seduto dietro di lui. Il signor Giraldi gli aveva già parlato per fissare l'ora in cui potesse ricevermi in casa sua. Restammo intesi che ci saremmo incontrati da Lord Fortrose, ed effettivamente debbo a sua eccellenza questo favore, come tutte le altre notizie che ricavai a Napoli. La sala si svuotò presto e fui costretto a congedarmi da questo patriarca del canto che, sebbene sia il più vecchio musico d'Europa, continua ancora ad esercitare pubblicamente la sua professione: egli seguita a cantare nelle chiese e nei conventi, ma da un pezzo ha lasciato il teatro".

Charles Burney il 6 novembre ebbe ancora modo di incontrare il divo barocco, in casa dell'ambasciatore Fortrose e di udirlo cantare:

"Presentemente ha parecchie note deboli nella voce, ma nella sua esecuzione son sempre tratti abbastanza accentuati per convincere quelli che lo sentono qual meraviglioso artista egli sia. S'accompagna da sè, e canta col solo clavicembalo: le sue principali caratteristiche sono la grazia e l'espressione in tutto ciò che esegue. Quantunque Caffarelli e Barbella (compositore e virtuoso di violino, dal quale Burney ottenne molti dettagli sulla vita musicale settecentesca napoletana) siano già anziani quel che resta di essi è ancora prezioso. Caffarelli proponeva che passassimo insieme tutto un giorno discorrendo di cose musicali, ed aggiungeva che era ancora poco tempo per tutto quello che avevamo da dirci; ma quando gli feci comprendere la necessità in cui mi trovavo di ripartire per Roma la notte seguente, immediatamente dopo il teatro m'offrì di rivederci ancora da lord Fortrose l'indomani mattina."

Con la rinuncia del grande virtuoso al teatro, si può dire che la usa vita artistica ebbe fine, poichè non si deve tener conto delle poche esibizioni nella Real Cappella e/o in qualche altra Chiesa e/o concerto. Gli ultimi suoi anni di vita, Caffarelli li dedicò alla diligente educazione dei 3 figli del fratello Pasquale, e tutti e tre col nome di GAETANO...

Il 31 gennaio 1783, questo cantante illustre che per le virtù vocali ed artistiche aveva deliziato i pubblici del suo tempo, moriva in Napoli e non nel proprio feudo di S. Donato, come erroneamente si disse, prescegliendo per la sua ultima dimora la stessa Chiesa dei frati cappuccini di S. Efremo, dove il celebre letterato e filosofo Antonio Genovesi volle esser seppellito in umiltà.
Per concludere la vita del Caffarelli voglio aggiungere un aneddoto: riguarda il suo magnifico palazzo, che esiste ancora al vico del Carminello sopra Toledo: sulla porta ordinò fosse incisa una iscrizione:

"AMPHION THEBAS, EGO DOMUM"

una allusione alla mitologica storia del figlio di Zeus ed Antiope che edificò la città di Tebe, traendosi le pietre al suono della Lira.

Portale palazzo Caffarelli

Ci sono alcune precisazioni da fare così come anche alcune foto di alcuni luoghi di interesse: innanzitutto l'informazione della strada di dove si trovano gli antichi vessilli della dimora sontuosa di Caffarelli non sono affatto Vico Carminiello sopra Toledo. La sua dimora non dista molto dal Palazzo Reale di Napoli nè tantomeno dal Teatro Regio San Carlo: a circa metà Via Carlo de Cesare 15, potete trovare la sontuosa iscrizione scolpita sopra il Portale. Attualmente - Dicembre 2015 - è in restauro il condominio e le foto qui lo testimoniano.

Via Carlo de Cesare - Napoli

La Chiesa nei quartieri spagnoli di Sant'Anna in Palazzo esiste ancora: essa racchiude l'atto di morte di Caffarelli, dove il musico esprime la sua volontà di esser sepolto presso la Chiesa di Sant'Efremo, ubicata vicino a Capodimonte e al Real Orto Botanico.

Chiesa di Sant'Anna in Palazzo - Napoli
Chiesa di Sant'Anna in Palazzo - Napoli
Sant'Anna in Palazzo - Napoli

Le ricerche si sono interrotte in quanto all'interno della Chiesa in questione non si è trovata alcuna iscrizione del suo nome, e, sentito anche il gentil parroco, nessuno conosce il luogo in cui sono conservati i resti di Caffarelli. Di Chiese di S. Efremo ce ne sono due, qualla Vecchio e qualla Nuovo, la quale era all'interno di un penitenziario oggi caduto in disuso. Potrebbe esser sepolto anche nelle Catacombe che stanno sotto la Chiesa di Sant'Efremo, ma essendo luoghi che risalgono al 300 difficilmente potrebbero contenere una tomba del 1783, anno della dipartita del Musico Cantore.

Interno Chiesa di Sant'Eframo Vecchio - Napoli

Interno Chiesa di Sant'Eframo Vecchio - Napoli

Interno Chiesa di Sant'Eframo Vecchio - Napoli

 

 

Alcune interpretazioni di Caffarelli

 

Aneddoti su Caffarelli

 

Lettere di Metastasio su Caffarelli

 

Caffarelli secondo Anne Rice